L' SOS lanciato dalla Terra non ha precedenti, la razza umana è avvertita. Ovunque, sul Pianeta, si possono riscontrare gli effetti dei gravissimi danni provocati dall' inquinamento. L'uomo, figlio ingrato, crudele e assassino nella sua folle smania di potere, sta uccidendo la Madre, con Essa condanna se stesso alla morte risucchiato da un vortice di fatali eventi. L' inarrestabile corsa verso la criminale avidità presenta già un pesantissimo conto, diverse specie di animali e piante si sono estinte e molte altre sono sulla medesima strada. Il ritmo di tale processo è così veloce da essere evidente a tutti, al di là di ogni giusto grido d'allarme proveniente dagli scienziati di tutto il Mondo, e, come si avvertono le conseguenze del surriscaldamento del Pianeta sulla terra ferma, così anche i mari e gli oceani sono in enorme difficoltà registrando un continuo aumento della temperatura delle acque. La presenza, fuori controllo, di plastica, ormai anche di microplastiche, e, in generale, di un gran numero di sostanze tossiche, rendono difficile ogni forma di vita. Gran parte della barriera corallina è morta ed il resto sta morendo. La Terra è tutta gravemente malata. La Natura ha il diritto di difendersi? E quale diritto avrebbe, invece, l'uomo di ucciderla? Il "Diritto Ambientale" si è evoluto a seguito della rilevazione dei danni provocati dall'azione dell'uomo affinché le norme potessero proteggere e conservare l'ambiente, ciò, però, in funzione esclusiva di quelli che sono gli interessi umani. L'uomo, "prodotto" della Natura, dispone di una serie di diritti, avanza pretese nei confronti di altri soggetti umani, dello Stato e delle cose, sicché, anche la Natura, in primis, dovrebbe poter vantare medesime pretese a tutela della propria integrità e benessere e ciò al di là del vantaggio che tale tutela possa apportare allo stesso essere umano. Una Natura titolare di diritti andrebbe a salvaguardare anche, come parte di sé, i diritti di una umanità vittima indifesa degli egoismi della propria specie. Anche da un punto di vista giuridico l'uomo e la natura dovrebbero costituire un unico corpo inscindibile. L'asse del diritto, però, è prevalentemente antropocentrico, esso, quindi, si deve portare verso un'evoluzione che consideri parametri universali, un'applicazione proiettata nello spazio, non avendo la Natura alcun confine, e nel tempo preservando la stessa Natura da ogni forma di predazione che possa mettere a repentaglio la sua sopravvivenza sia nel complesso che nella sua parte più piccola. La necessità di dover ricorrere ad una produzione normativa a protezione di certi interessi la si può riscontrare già in riferimento ad una serie di fonti che, se pur non specifiche, hanno cercato, da alcuni punti di vista, di affrontare il problema. Il PATTO delle NAZIONI UNITE sui DIRITTI ECONOMICI, SOCIALI e CULTURALI del 1966 che valorizza la diversità di culture sulla Natura, la COMMISSIONE OIL del 1989 per il riconoscimento dei popoli indigeni, la DICHIARAZIONE ONU sull'autonomia dei popoli indigeni nel rispetto delle loro leggi e consuetudini diverse dal diritto occidentale. Al fine, anche, di poter rivendicare i Diritti della Natura, pur a prescindere dai danni, è di particolare rilievo la "LITIGATION STRATEGY". Fra gli obiettivi quello di voler consolidare modelli di eco-compatibilita'. Così anche il CELF (Community Environmental Legal Defense Fund) offre la sua assistenza in numerose problematiche ambientali. Proprio questa "strategia di contenzioso" come strumento processuale ha individuato nel PATTO ONU del 1966 una condizione internazionale di base e, nella CARTA dei DIRITTI e dei DOVERI ECONOMICI degli STATI del 1974, i presupposti per la costituzionalizzazione dei Diritti della Natura, la sovranità dello Stato sulla Natura, beni pubblici e privati. La tutela dei Diritti della Natura dev'essere presupposto di ogni Stato a prescindere dalla sua forma di governo, come di ogni cultura. Sembrerebbe cosa ovvia, ma purtroppo si è ancora lontani da questo convincimento. Il Preambolo dell'Accordo di Parigi del 2015 riconosce ad "alcune culture" la soggettività di Madre Terra/Natura, riducendo, così, tale concetto a mere differenze culturali. Da ciò, quindi, non tanto assurde, purtroppo, possono apparire le dichiarazioni del giugno 2017 di uscita dall'ACCORDO di PARIGI sul CLIMA del Presidente USA (una democrazia!) Donald Trump che pone a giustificazione di tale posizione l'osservanza del mandato nei confronti dei suoi elettori. In verità non esiste, a livello internazionale, nessun documento chiaro e diretto che, considerando le catastrofiche conseguenze dello sfruttamento delle risorse del pianeta, condizione senza eguali nella storia, incida sull'aspetto giuridico-costituzionale. Le Costituzioni si preoccupano del deficit economico-finanziario ( per es. il pareggio di bilancio, Art. 81 Cost.It.), ma non affrontano il problema del "deficit ecologico" che né la crescita economica né la sempre più sofisticata tecnologia sono in grado di risolvere, ciò vorrebbero far credere coloro che, come Trump, intraprendono orientamenti politici tendenti a negare il surriscaldamento del pianeta. Compito delle Costituzioni e dei testi sovranazionali è quello di considerare le Norme a tutela degli interessi della Natura al di sopra di ogni cultura o contesto politico, in considerazione di elementi che prescindono sia dai confini nazionali che dai governi presenti. Il continuo sfruttamento delle fonti fossili, come risorsa energetica, porta, non solo alla non omogenea redistribuzione delle risorse stesse, a cui segue una non equa divisione delle ricchezze, ma, anche, ad un complessivo impoverimento delle popolazioni in generale. A tale fenomeno si associa il continuo, devastante disboscamento di intere parti di foreste e l'impoverimento dei terreni per l'uso indiscriminato di pesticidi. Il riscaldamento climatico globale interessa il suolo come le acque e porta a tali alterazioni degli ecosistemi da spingere ad anomale migrazioni di massa tanto gli animali quanto gli esseri umani così, l'estinzione di numerose specie viventi, non può che essere una tragica ed inevitabile conseguenza. L' indebita appropriazione di Madre Natura, da parte di alcune forze di potere, totalmente prive di scrupoli, è , molto spesso, causa delle più tragiche condizioni di guerra con tutte le peggiori conseguenze per la salute a cui possono condurre poliche basate sulla continua offensiva militare e questo, persino, nelle c.d. zone di "pace" interessate, però, in qualche modo dalla guerra. Se il rapporto tra l'uomo e la Natura è condizione che dipende dal periodo storico, ma anche dalla cultura di un popolo, andando indietro nel tempo, al fine di meglio comprendere l'umano sentire, si può capire come già, nel lontano 1217, "La CARTA della FORESTA", nota poi con il nome di "CARTA dell' UOMO COMUNE", venga considerata il primo documento costituzionale disciplinate la relazione tra "l'uomo libero" e la disponibilità di utilizzo dei "beni naturali comuni", infatti, tutti, per diritto, potevano usufruire di ciò che la "foresta" offriva: la legna da ardere per la cottura degli alimenti e per il riscaldamento, il legname per la costruzione di abitazioni, la caccia, il pascolo per il nutrimento ed il cibo in generale. "L'uomo comune" non era il proprietario di nulla, ma poteva liberamente godere delle risorse naturali. Si può dire che il suo fosse un diritto alla vita, non certo un diritto alla proprietà, la "foresta", infatti, nel medioevo aveva in sé, simbolicamente, tutto il necessario per vivere. All'epoca, ancora, a questi beni primari, non veniva attribuito alcun valore economico di scambio. Il presupposto della "CARTA della FORESTA" era la "LIBERTÀ" secondo un'accezione già più ampia del concetto di "Libertà" contenuto nella "MAGNA CARTA" del 1215 che contemplava i "privilegi" di cui erano titolari, rispetto al sovrano, i soli baroni e clero. Nella cultura inglese, per lungo tempo, la "FORESTA", quindi la "NATURA", era l'equivalente della parola "GIUSTIZIA" e "LIBERTÀ", assolutamente priva di differenze sulla scala sociale. L'uomo ha vissuto per secoli in armonia e a stretto contatto con la Natura, ne conosceva i suoi cicli e li rispettava. Le differenze culturali, gli usi, i costumi, la prassi e le consuetudini dei vari popoli hanno potuto consolidare ingiustizie sociali, ma certamente non potevano portare al devastante squilibrio ambientale che invece iniziò a manifestare già i primi chiari sintomi ai tempi della c.d. "Rivoluzione Industriale" a causa dell'utilizzo di combustibili fossili. In tempi più recenti, nella presa di coscienza dei danni all'ecosistema, causati dall'azione predatoria dell'uomo, non è stato sicuramente un caso, considerata una certa influenza culturale in talune aree del mondo, che le prime risposte siano giunte da dispositivi normativi di paesi dell'America Latina. Il tentativo è stato quello di dare legittimità ad una serie di condizioni capaci di riconoscere i Diritti della Natura e loro tutela dinanzi ad un giudice. La Costituzione del Brasile del 1988 è stata la prima Carta a codificare "l'equilibrio ecologico" come premessa di esistenza presente e futura dei beni naturali. Consegue una necessaria, obbligatoria armonia tra tutti gli ecosistemi, compreso quello dell'uomo, pena la perdita sicura degli stessi diritti umani. Sullo stesso solco "dell'equilibrio ecologico", la LEGGE BOLIVIANA del 2010, sui DIRITTI di MADRE TERRA, vede i Diritti della Natura non tanto invocati a difesa di qualcosa o qualcuno, ma a soluzione di conflitti secondo vincoli naturali dell'ecosistema. Normative più recenti hanno poi specificato il concetto di "biodiversità" da quello di "equilibrio ecologico". A questa maturazione di intenti segue l'istituzione di un "TRIBUNALE INTERNAZIONALE PERMANENTE sui DIRITTI della NATURA e della MADRE TERRA " a QUITO nel 2014 che cura appunto, a livello internazionale, la relazione tra "biodiversità" e controversia giuridica. Il "danno ambientale" è visto come conseguenza di un'azione non solo riscontrabile in un dato territorio, ma, in termini più ampi, come distruzione delle "biodiversità". Nel 2016 la POLICY PAPER del Procuratore della Corte Penale Internazionale ha configurato la fattispecie di reato dell ' ECOCIDIO. Condizione a difesa della Natura, di carattere internazionale, che ogni Stato deve recepire. Il QUARTO RAPPORTO del SEGRETARIO GENERALE ONU su "HARMONY WITH NATURE" del 2013, vede gli "interessi umani" limitatati da quelli che sono i Diritti della Natura. La Natura, come bene della specie umana, dev'essere protetta da una giurisdizione universale. In ECUADOR, il TESTO COSTITUZIONALE del 2008, ha per primo dato vita ad un vero e proprio "DIRITTO COSTITUZIONALE della NATURA" riconoscendo il Diritto della Natura come ATTO che dà alla Natura piena sovranità costituente. Anche la BOLIVIA, nel 2009, su questa medesima linea. La COSTITUZIONE individua "limiti" che abbiano come obiettivo un'applicazione generale e preventiva (prima ancora, cioè, che insorga un qualsiasi contenzioso giuridico). L'ARMONIA tra le categorie di ORDINAMENTO ECOLOGICO ed ORDINAMENTO GIURIDICO, in Costituzione, può, così, condurre solo a processi umani compatibili con la Natura. La COSTITUZIONE dell' ECUADOR e la LEGGE BOLIVIANA sulla MADRE TERRA definiscono SOGGETTO la NATURA, gli "ecosistemi" e le "biodiversità, come fondamento della vita stessa, sono di ineteresse generale e, a tale condizione, si giunge attraverso una condivisione di doveri da parte di tutti gli individui. Tutti gli ordinamenti giuridici, siano quelli interni agli Stati, siano quelli sovranazionali o internazionali devono avere a fondamento il c.d. " mandato ecologico " di cui non si può disporre e su cui non si può negoziare, ogni individuo ne può richiedere l'obbligo di rispetto totale. L'attenzione alla Natura da parte degli ordinamenti non si manifesta più in riferimento al solo "danno ambientale" e, quindi, secondo il valore di uso o di scambio che la Natura ha rispetto all'uomo, ma in riferimento alla Natura come soggetto unico e di base che contiene tutti i "beni" tutelati dalla stessa Costituzione. La COSTITUZIONE ITALIANA del 1948, figlia del NOVECENTO, non presenta sostanziali riferimenti all' ambiente. L'Art. 44 riporta alle risorse naturali e relativo sfruttamento. Il citato "paesaggio" di cui all' Art.9, non riesce, nonostante la "tutela" da parte dello Stato, pur riguardante territorio ed ambiente, ad andare oltre un impianto che rimane all' interno di una scelta fra le opportunità di "uso" e "destinazione". Grazie a questa norma costituzionale, comunque, nel 1986 fu possibile istituire il MINISTERO dell'Ambiente, attualmente MINISTERO dell'AMBIENTE e della TUTELA del TERRITORIO e del MARE. L'Art.32 tutela la SALUTE "come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività" e questo anche in riferimento alla salubrità dell'ambiente. Ancora una volta l'ambiente, come diritto oggettivo di un bene, è in funzione del benessere dell'individuo e della collettività in generale. Alla Riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, al di là delle contraddizioni e polemiche a cui essa ha portato, si deve riconoscere l'inserimento, all'interno della stesa Costituzione, delle parole "ambiente" ed "ecosistema" di cui all'Art.117. È evidente, però, che ancora manchi una definizione inequivocabile dell'AMBIENTE e, di conseguenza, una precisa collocazione tra i "valori" costituzionalmente tutelati. "Ambiente" ed "Ecosistema" non vanno poi intesi come BIOSFERA, secondo la nozione utilizzata nella Dichiarazione di Stoccolma del 1972, ma, semplicemente e limitatamente, alla parte riguardante il territorio nazionale. A questa visione miope si può aggiungere il dettato della Riforma del Titolo V che vede la competenza legislativa esclusiva dello Stato da una parte e la concorrenza di Stato e Regioni dall'altra, le sole Regioni, poi, possono autonomamente legiferare nelle materie competenti residuali. Sebbene le premesse siano già buone, costituzionalizzare la Natura, secondo l'idea di attribuirle una più marcata personalità giuridica, diventa fondamentale dinanzi ad un ancora così debole e poco chiaro approccio legislativo. Accordi economici, tutela degli investitori privati, posizioni di forza da parte di un "certo" Stato, a completa mortificazione della partecipazione dei cittadini rispetto a posizioni di contrasto, non sarebbero più a vantaggio di politiche predatorie e criminali capaci di ridimensionare la portata delle "garanzie" costituzionalmente previste. L'auspicio è che l'avanzamento del diritto nei confronti della NATURA avvenga quanto prima, ciò, ovviamente, non solo all'interno di ogni singolo Stato, ma a tutti i livelli del diritto, internazionale e sovranazionale, MADRE TERRA non può più aspettare! La Natura non ha confini e l'uomo, ovunque si trovi, non è che una sua piccola espressione a cui, però, troppi privilegi sono stati attribuiti sino ad ora da una dissennata e suicidaria cultura antropocentrica.
Alla Presidente della Camera dei Deputati Onorevole Laura Boldrini Palazzo Montecitorio 00186 Roma Oggetto: Petizione per fattiva applicazione normativa Seveso III alle tubature di trasporto materiali pericolosi per l’ambiente e applicazioni delle normative in vigore in tema di tutela della salute delle persone. L’Altra Liguria, associazione culturale politica, con sede in Via S. Antonio 5 16126 Genova, ai sensi dell’art. 50 della Costituzione italiana, in base al quale: “Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per richiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”, promuove la presente petizione allegando firme di altre organizzazioni politiche, comitati di cittadini, associazioni e cittadini a sostegno della stessa: Premessa Il 17 Aprile 2016 la nostra città, ad urne ancora aperte per il Referendum sulle Trivelle inficiato dal non raggiungimento del quorum, ha subito un gravissimo incidente. Una tubatura di proprietà dell’azienda IPLOM S.p.A, industria di raffinazione, commercio e trasporto di prodotti petroliferi, con socio unico FINOIL S.p.A., presso la zona di Fegino, quartiere di Genova, ha subito una rottura nel momento in cui stava trasportando petrolio dal Porto Petroli di Genova Multedo verso la raffineria di Busalla, alla quale è collegato con la suddetta infrastruttura, riversando, prima nel Rio Pianego poi nel Rio Fegino, nel Torrente Polcevera ed infine in mare, quasi 700 mila litri di petrolio, causando un grave danno al territorio che, a parte una prima fase di MISE (messa in sicurezza di emergenza), deve essere ancora bonificato essendo la procedura attualmente in contraddittorio presso la relativa conferenza dei servizi. Il danno, oltre che il territorio, ha colpito direttamente anche la salute dei cittadini ivi residenti che hanno dovuto inalare, per giorni, i microinquinanti dispersi nella zona senza avere a disposizione alcun monitoraggio sugli effetti sanitari di detta dispersione e tanto meno delle prescrizioni alle emissioni dai depositi come peraltro previsto dalla vigente normativa. Al danno sanitario va aggiunto quello psicologico derivato dalla sempre maggior consapevolezza di rischiare ogni giorno un incidente rilevante senza avere un piano di emergenza certo e collaudato. Considerazioni e normative di riferimento L’azienda IPLOM S.p.A. è soggetta, essendo azienda R.I.R., all’applicazione delle tre direttive della normativa Seveso: Direttiva 501/82 CEE del 24 giugno 1982 (Seveso I) e DPR 175/88 del 17 maggio 1988 “attuazione della direttiva CEE 501/82 Direttiva 96/82 CEE del 26 giugno 2015 9 dicembre 1996 (Seveso II) e DLGS 334/99 del 19 agosto 1999 “attuazione della direttiva 96/82/CE Direttiva 2012/18/UE del 4 luglio 2012 DLGS 105/2015 attuazione della direttiva 2012/18/UE Convenzione OIL n.174 del 1993 sulla prevenzione degli incidenti industriali maggiori, si applica anche trasporti al di fuori del sito di una installazione se attraverso condotte (lettera c) comma 3 articolo 1). All’elenco normativo sopra esposto aggiungiamo che per le condutture, come quelle in esame, risulta ad oggi violato il Decreto del 31 luglio 1934, ancora in vigore, (Approvazione delle norme di sicurezza per la lavorazione, l’immagazzinamento, l’impiego o la vendita di oli minerali e per il trasporto degli stessi) che non consente alle tubature la permanenza nell’alveo dei fiumi e torrenti. Sottolineiamo in particolare che, pur non rientrando formalmente nella direttiva Seveso III, l’applicazione della stessa alle infrastrutture deve considerarsi sottintesa, come si evince anche da documenti ufficiali del sistema delle agenzie regionali ambientali che dimostrano la situazione di estrema pericolosità dei depositi e dei centri di stoccaggio petroliferi vicini alle aste fluviali e alle coste. Il Decreto interessa anche le modalità di controllo, sulle infrastrutture di trasporto. Inoltre, è del maggio 2017 un documento redatto da ISPRA (Istituto superiore per la prevenzione e ricerca ambientale)che traduce il report proveniente dalla Commissione UE e contenente risposte ad alcuni quesiti specifici sull’implementazione della Direttiva 2012/18/CE1 (Seveso III) posti alla Commissione Europea dalle autorità nazionali degli Stati Membri in traduzione della applicazione della direttiva 2012/18/UE della Seveso III sul controllo del pericolo incidente rilevante connessi alle sostanze pericolose, nel quale si avvalora la tesi che invece la direttiva andrebbe applicata anche alle infrastrutture. Infatti, alla domanda: Qual è la relazione tra Direttiva Seveso III e la Convenzione n.174 del 1993 dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) sulla prevenzione degli incidenti industriali maggiori, soprattutto riguardo alle condotte e alle installazioni nucleari? La risposta è stata: gli Stati Membri che hanno ratificato in tutte le sue parti la Convenzione n. 174 del 1993 dovrebbero aver implementato misure coerenti con quest’ultima. Nelle aree che non sono soggette alle prescrizioni della direttiva, per esempio le condotte, si ritiene che gli Stati Membri estenderanno l’ambito di applicazione della direttiva Seveso III all’interno della propria legislazione nazionale oppure che adotteranno specifici distinti provvedimenti. Questo falso vuoto normativo, poiché ancora in vigore il già citato D.l.31 luglio del 1934, ha consentito per anni di non inglobare le infrastrutture nei piani di emergenza esterni che le Prefetture devono redigere obbligatoriamente per queste aziende, lasciando quindi in una situazione di potenziale maggiore pericolo le persone che vivono in aree attraversate da tali tubature. Nella città di Genova, ma presumiamo in tutta Italia, tali infrastrutture convivono spesso in contesti altamente urbanizzati, l’obbligo dell’applicazione di tale normativa potrebbe scongiurare incidenti disastrosi quali quello occorso a Genova essendo le prescrizioni in materia di manutenzioni e messa in sicurezza molto più restrittive rispetto alle normali normative. Le definizioni, ai sensi della normativa Seveso che permetterebbero una interpretazione estensiva dell’ambito di applicazione della stessa: secondo la lettera a) comma 1 articolo 3 dlDLgs 105/2015, anche le infrastrutture connesse all’impianto, come ad esempio gli oleodotti al servizio di depositi e raffinerie, possono, secondo una interpretazione letterale della norma, essere soggette alla normativa sulle industrie a rischio di incidente rilevante compreso il piano e programma ispezioni. La giurisprudenza riconosce un’interpretazione estensiva dell’ambito di applicazione della stessa, infatti, il Consiglio di Stato sezione IV sentenza n. 371 del 2015, ritiene necessario valutare anche il rischio oltre l’area definita dalle curve di danno del RIR. Per quanto riguarda il coordinamento tra la normativa sulle infrastrutture critiche e quella sugli impianti Seveso Con DLgs 11 aprile 2011, n. 61 sono state disciplinate (in attuazione della Direttiva 2008/114/CE) le procedure per l'individuazione e la designazione di Infrastrutture critiche europee (ICE). Questa normativa si applica anche a oleodotti (se dichiarate infrastrutture critiche) e prevede che venga predisposta a cura dell’operatore per ogni infrastruttura come sopra elencata una analisi dei rischi ed un conseguente piano di sicurezza. Per quanto riguarda l’impatto sulla salute delle popolazioni che vivono in aree vicino a Depositi di idrocarburi o raffinerie, i sindaci e le amministrazioni provinciali o di città metropolitane, possono utilizzare il potere delle prescrizioni riconosciuto dall’art. 269 del Dlgs 152/2006 nonché i poteri di Autorità Sanitaria ai sensi dell’art. 217 del Testo unico delle leggi sanitarie, che indicano la possibilità di richiedere il monitoraggio sanitario sulla popolazione fondato sulla speciazione della miriade di microinquinanti emesse ai depositi di idrocarburi e dalle raffinerie. Il Consiglio di Stato con sentenza del 19-04-2017 N° 01820/2017 ha stabilito l’illegittimità per ogni Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) che non valuti le conseguenze sulle condizioni sanitarie delle popolazioni interessate dagli impatti di un impianto industriale. Chiediamo quindi alla SV Che si attivi affinché si razionalizzino le norme, ordinando il complesso delle leggi in un unico coerente corpus che consenta di sottoporre le infrastrutture presenti sul territorio nazionale ad una totale revisione, ed alla messa in sicurezza sia dell’ambiente sia delle persone. Un testo unico in materia consegnerebbe alle amministrazioni uno strumento utilizzabile a difesa della salute degli abitanti. Che si adoperi affinché il Ministero delle infrastrutture dia applicazione piena al DL 31 luglio 1934 e provveda la graduale rimozione delle tubature di trasporto dai letti di fiumi e torrenti, essendo queste evidentemente irregolari e costituendo un enorme pericolo per l’ambiente. www.altraliguria.it Primi firmatari Cognome Nome Documento Firma Associazione Cognome Nome Documento Firma Associazione

Leggiamo con stupore la nota ANSA del 12 gennaio che riporta una comunicazione, a firma Bernini, nella quale si afferma che: ““sono state rilevate dai Carabinieri dei Nas una serie di presunte illegittimità a carico della società 'Rifugio Agro Aversano' che gestisce le due strutture. In particolare gli animali sono stati lasciati al freddo, due di questi sono deceduti e i Nas hanno rilevato una presenza di operatori che si è rivelata del tutto insufficiente per una gestione corrente delle struttura." e rincara sostenendo: “la società 'Rifugio Agro Aversano' non è stata evidentemente in grado di garantire la tutela e il benessere animale” per concludere poi con: “ la società in questione, vincitrice del bando Europeo istituito dalla gestione Tronca per la gestione dei due canili di Roma, sarà costantemente sottoposta al coordinamento e al controllo delle attività da parte della Direzione Tutela animali di Roma Capitale". A fronte di queste controverse e, per alcuni aspetti, inquietanti dichiarazioni ci chiediamo come è possibile far continuare la gestione dei canili alla società in oggetto e sopratutto a chi e come sarà affidato il compito di coordinare e vigliare? La vigilanza deve essere preventiva nella verifica dei requisiti durante le gare di appalto e le garanzie in quello stadio vanno richieste. E' proprio di ieri sera è morto un altro cane per mancanza soccorso, abbandonato e nutrito in modo non adeguato. Solo quando ormai non c'era più nulla da fare i volontari lo hanno potuto portare alla vicina ASL per provare a portare alcune cure, un motivo in più per dire basta a gare al che mettono al primo posto il profitto e non il benessere degli animali. Oltre alla puntuale verifica dei requisiti occorre sia chiaro e provato l'interesse per benessere degli animali, ( non è possibile come sembra accettare che proprio nel curriculum della società che ha vinto l'appalto ci fosse scritto che la società ha come scopo il profitto. Quest'ultimo decesso poteva benissimo essere evitato perciò chiediamo alla Sindaco di fare le opportune verifiche sulla professionalità e regolarità dei dipendenti della ditta Rifugio Agro Aversano che dovrebbero gestire il canile.
Ci uniamo perciò alla protesta degli ex lavoratrici e lavoratori del Canile Muratella chiedendo e dando avvio ad un mailing bomb alla sindaca Raggi ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) ed all'Assessorato alla Sostenibilità Ambientale del Comune di Roma ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) affinché sia revocato il bando di concorso e che nel contempo si chiariscano le dichiarazioni riportate nella nota Ansa e che si prenda impegno, per il futuro di mettere la massima attenzione nella verifica dei requisiti nell'attribuzione dei punteggi nei bandi.

Azione Civile - Gruppo Ambiente

Azione Civile - Gruppo Lavoro

Sosteniamo la manifestazione del 23 febbraio a Roma.

Azione Civile ritiene che la brutalità espressa nel "piano per la conservazione del lupo" sia inaccettabile.

All'interno di questo piano, che che già prevede l'abbattimento del 5% dei lupi in Italia, scivolano velenosamente ed entrano anche il progetto che prevede la soppressione di cani dopo un periodo di mantenimento nei canili e l'abbattimento diretto dei cani vaganti, pratiche di rozzezza e crudeltà verso specie animali ritenute inferiori e pericolose.

Un piano che porterebbe indietro il nostro Paese di mezzo secolo facendo sfociare l'incapacità di tanti Amministratori locali , responsabili del benessere degli animali nel loro territorio, con l'applicazione della legge 291/91, (non sanzioni per chi maltratta gli animali, non programmando sterilizzazioni per i randagi attraverso le ASL , facendo gare al massimo ribasso a danno degli animali ospiti dei canili quando non deportando canili interi da una regione all'altra in nome di un presunto risparmio) nella più rozza inciviltà.

Invitiamo perciò i nostri attivisti e quanti ritengono questo progetto semplicemente aberrante ad aderire alla manifestazione indetta giovedì 23 febbraio.

Azione Civile

La Gazzetta Ufficiale n.233 del 5-10-2016, pubblica il DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI (DCPM) che rende operativo l'articolo 35 della legge denominata “Sblocca Italia”: la dislocazione dei nuovi OTTO inceneritori: 0 al nord - 3 al centro - 2 al Sud - 2 in Sicilia - 1 in Sardegna, come riportato nella tabella pubblicata: